La buona educazione (3)

Formalmente questo è solo il mio secondo giorno (terzo, diciamo) di impegno. Ovviamente sto ancora a zero. Ieri pomeriggio, mentre sul divano stavo leggendo un noiosissimo libro sul Risorgimento (per lavoro, sia chiaro) mi squilla il telefono. Ho la tazza di the proprio accanto, me ne verso un po’ addosso, prendo in mano il telefono: è un numero anonimo. Rispondo. Dall’altra parte della cornetta una voce assonnata mi risponde “Si?”. Resto qualche secondo incerta se attaccare o scoprire cosa voglia questo tizio che se ne resta ad ispirare rumorosamente nella mia cornetta. “Allora?” insisto, con piglio militaresco. Dall’altra parte un ragazzo farfuglia qualcosa. Sembra imbarazzato. “Chiamo per un’indagine Euriskos” dice poi, e allora mi dimentico tutti i miei buoni propositi. “Come ha avuto il mio numero?” grugnisco. “Non mi chiami mai più. Non mi interessa e cancelli subito il mio telefono” aggiungo. Forse strillo. E così, improvvisamente, realizzo che le buone maniere non sono cose affatto facili. Sono fatte di sacrifici e di determinazione. Sono cose per gentiluomini con le palle. Appena ho attaccato mi sono pentita, ma era troppo tardi.

Adesso non sono neppure le dodici e mi aspetta una nuova giornata, ma ho come la sensazione che mi dimostrerò (ancora) incorreggibile…

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