Al supermercato (5)

Il lunedì e’ il mio giorno di spesa. Il supermercato dietro casa è aperto, i commessi sistemano i pacchi di plastica dell’insalata in file ordinate e dietro il banco gastronomia una signora con la tosse e lo smalto viola meticolosamente sistema dei gamberetti su un letto di maionese. “E’ per le feste” mi spiega quando la guardo interrogativa. Lo dice in modo scocciato, infastidito, ma io accenno un sorriso e domando i miei consueti due etti di fesa di tacchino (che con una confezione maxi di cioccolato saranno il mio pranzo). Compro tutto quello che mi serve (o che mi ingolosisce). Sono orgogliosa del controllo appena mostrato, non oso immaginare che cosa avrei commentato altrimenti (e, a dir la verità, anche un po’ me ne vergogno).

Ho il carrello pieno quando arrivo alla cassa. Davanti a me una coppia di ragazzi (tedeschi? Polacchi? Rumeni? Austriaci?) sui venticinque anni svuota il cestello di plastica rossa: due pacchi di wafer al cioccolato, tre confezioni di vino bianco super economico, ventisei lattine di birra da 500ml. Lei è carina, frangetta e capelli castani, occhi azzurri; indossa un paio di jeans e una felpa viola. Magrissima, un po’ di pancetta. Stesso discorso per lui: alto, jeans, felpa a righe un po’ hippy, capelli biondi lunghi, aria scanzonata e guance rubiconde da ubriacone. La cassiera, mentre conta per la seconda volta le birre indicandole una a una, trattiene a stento un risolino. Alza lo sguardo e cerca i miei occhi. Improvvisamente non so cosa fare: se volto lo sguardo le negherei una complicità di cui lei ha bisogno (almeno credo), se avvallo il suo comportamento sarei maleducata verso i due.. Ci penso un attimo. Lei continua a fissarmi con i suoi occhi cerchiati di kajal nero, poi allunga un braccio verso lo scontrino, mi osserva ancora. Sono rigida e senza espressione. Sono tornata bambina, sono diventata di pietra. Di scatto abbasso lo sguardo sulla mia fesa. Avvolta in una carta bianca e rossa, un grosso adesivo giallo sul dorso, è più triste di quanto non mi sembrerà a casa, sul piatto azzurro, ammucchiata accanto a una mozzarella e a dei pomodori tagliati sbilenchi. Faccio spallucce. Mi chino per prendere un sacchetto quando, dietro di me, vedo una turista (spagnola? messicana? norvegese?) con l’aria sperduta, le lenti degli occhiali sporchi e i capelli legati in due codine. Ha in mano una bottiglia di Fanta rossa. “Hai solo quello?” chiedo, indicando la bottiglia. Lei arrossisce, probabilmente non ha capito cosa ho detto, scuote la testa. Sul rullo è ormai il mio turno, la cassiera ha finito di passare il vino scadente e le birre, i ragazzi stanno imbustando velocemente. Mi faccio coraggio, mi schiaccio all’espositore delle caramelle e le faccio cenno di andare avanti. Lei non capisce, forse crede che sia scema o stia tentando un approccio sessuale. “Vai, vai” dico, lei mi guarda interrogativa, poi scuote la testa e passa avanti dicendo qualcosa che potrebbe essere un grazie, ma anche un rutto.

Scala di Cortesia: **

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...