Al cinema

 

Ieri sera, sono andata al cinema con mio fratello. Faceva freddo, la strada era gelata, ma lui doveva assolutamente (assolutamente!) provare la sua nuova macchina e, siccome gli amici non sono degni come la sua unica e amatissima sorella (non chiedetemi i criteri che usa per scegliere le situazioni da condividere con l’uno o con l’altro. Credo che sia una cosa molto semplice: quando loro non hanno tempo o voglia si rivolge a me), mi ha costretta a fare questo slalom lunghissimo con la scusa che “da noi il film non è in 3d” (cosa per altro falsa).

Dopo aver gozzovigliato in lungo e largo per tutte le strade della regione (sono tornata in Toscana per la pausa natalizia, giusto il tempo per farmi deridere da genitori e vecchi amici per il mio nuovo proposito.. questo blog!), siamo finalmente arrivati a quel mostruoso multisala che hanno costruito a Pontedera. Immaginatevi la città più brutta d’Italia, poi un deserto, quindi alla periferia di questo non luogo un palazzotto di mattoni rossi avvolto in lucette accecanti e boa festosi d’argento e d’oro. Ci siete quasi. Solo che questo è molto, ma molto, ma molto peggio.

Il film prescelto era Megamind (non male – attenzione spoiler! -: un cattivo, quando fa fuori il suo eterno rivale buono, non sa più come passare le giornate e allora crea un altro cattivo con cui combattere peccato che, questo, sia ancora più cattivo di lui e… sia innamorato della sua stessa ragazza), lo spettacolo abbastanza tardi per trovarsi nella poltrona vicina un lattante rumoroso, il bar ancora aperto per fare rifornimento di pop corn, patatine, coca cola, orsetti gommosi, e qualsiasi altra schifezza ipercalorica e chimicamente trattata.

Arriviamo. Parcheggiamo. Contempliamo per circa dieci minuti (a -2°) la macchina. Ci congeliamo. Entriamo dentro. Iniziamo a scongelarci. Facciamo la fila. Davanti a noi ci sono due fidanzati, avranno ventidue anni. Lei sguardo nel vuoto, labbra gonfiate e capelli neri (extension?) lunghe fino al sedere. Lui cappellino da baseball, sciarpa dell’Inter, UGG e giacca di velluto. “De’ ma io volevo vedere Natale in Sudd’frica” dice lei, seriamente delusa, quando constata che lo spettacolo è già iniziato. “Dovevi pensarci a casa, invece di stare mezz’ora a letto” commenta lui, facendole l’occhiolino. Sono imbarazzata per loro, stanno urlando. Le allusioni sessuali di lui (che si dilunga in una serie di vergognosi ammiccamenti e palpatine cui lei con finto sdegno si allontana) sono così becere da farmi improvvisamente passare ogni appetito. E poi i due hanno tutti gli occhi puntati addosso: stanno dando spettacolo. All’ennesimo tentativo di sfiorarle il sedere (o forse i capelli?) la ragazza mette il broncio, lui fa spallucce. Sta qualche secondo fermo e poi alza  il braccio in un modo così scordinato e repentino che, per un attimo, temo voglia accopparla. Invece, vuole solo abbracciarla. “Dai, si viene sabato con la Michi” aggiunge, e le stampa un bacio lunghissimo (completo di qualsiasi cosa) sulle labbra. Alla fine, fortunatamente, con i biglietti in mano si incamminano. Guardo mio fratello, lui scuote leggermente la testa. Entrambi speriamo che non siano seduti vicino a noi.

Tralascio la dettagliata descrizione di tutto quello che ci circonda (il ristorante poco distante è una fedele riproduzione dello scenario apocalittico in cui agivano i Flinston, per terra ci sono ovunque pop corn, residui di patatine al formaggio e altre amenità del genere, ecc.). Carlo (mio fratello) fa il biglietto. La ragazza dietro il vetro è imbambolata, ci mette un’infinità di tempo. Lui sta per perdere la pazienza, si trattiene, le spiega che vuole i posti centrali, la ragazza non capisce. E così per quasi cinque minuti in una lunga, penosa, surreale, trattiva. Alla fine ci riusciamo. Carlo indica il bar, ma io scuoto la testa. L’odore di pop corn caldi è tutto intorno a noi. “Sai del blog, no?” chiedo, e lui fa finta di non capire. “E’ maleducazione mangiare al cinema?” domanda, ma non aspetta neppure che abbia risposto che siamo già andati oltre, verso la nostra sala. Entriamo dentro. Ci saranno otto, nove persone. Tutte coppie, tutte circondate da notevoli quantità di cibo da sgranocchiare neanche in previsione ci fosse una carestia. Carlo mi guarda con odio. “Chi se ne accorgeva se gozzovigliavamo anche noi?” chiede, ma sa bene che non è questo il punto. O forse il punto è proprio questo: resistere all’imbarbarimento quando tutto è barbaro.

Sospiro. Avrei tanto voglia di un orsetto gommoso alla fragola e poi già lo so, lo spettacolo sarà un rumore continuo. Non mi dilungherò oltre con questa bella cronaca ma, alla fine, dopo aver resistito per oltre mezz’ora, l’ho fatto: ho chiesto alla ragazza accanto a noi (immaginatevi un cinema deserto, e tutte le persone concentrate in un’unica fila centrale come una barriera) di fare più piano. Non c’è bisogno che vi dica che mascella selvaggia era lei, la ventiduenne rifatta. “Eh?” ha chiesto, cadendo dalle nuvole. “Di masticare” ho risposto. “Di masticare così rumorosamente” ho aggiunto e lei, da vera cafona doc ha scosso la testa e, dopo aver avuto conforto dal suo boy (che l’ha rincuorata con un elegante “de’ mica fai tanto rumore!”) … ha ripreso a masticare ancora più forte, ancora più cafona. Ancora più se stessa.

Il film è andato avanti, lei ha finito le patatine, ha finito la coca coca, ha finito i pop corn, ha finito di leccarsi le dita. La mia colonna sonora è stato un fastidioso gnam gnam ciock ciock. E, quando, sconsolata, sono tornata a casa, avevo voglia di spaccare qualcosa. Ma non ho fatto niente. Mi sono limitata a cercare online cinema che vietano la consumazione di bibite e alimenti durante lo spettacolo. Sfortunatamente, non ne ho trovato neanche uno.

 

Da oggi, ho pensato che (oltre a cambiare tutti i giorni lo sfondo del blog a seconda di come mi sento, di come è il tempo, di come mi va), metterò anche delle piccole pillole di Galateo che raccontino tutto quello che si deve (o non si deve) fare in date situazioni. Attualmente il mio Galateo di riferimento è sia quello edito da Gribaudo che quello pubblicato da Giunti, oltre che lo spassoso “Questioni di Stile” di Barbara Ronchi della Rocca (Sperling).

 

Pillole di Galateo:

Cinema
Anche se il teatro viene considerato un po’ più chic del cinema, le regole da rispettare sono pressoché le stesse: vietato trascinare qualcuno a vedere uno spettacolo (deve essere un momento di condivisione), meglio non alzarsi durante lo spettacolo e aspettare l’intervallo, non muovere la testa a desta e sinistra (questo, lo ammetto, non ci avevo pensato), non commentare a voce alta le immagini, non sgranocchiare niente, non accartocciare sacchetti, cercare di attutire starnuti e colpi di tosse, non gettare oggetti per terra. Attualmente, poi, è ammesso solo in pochi cinema entrare a proiezione cominciata o uscire prima. Nel primo caso non si deve assolutamente cercare il proprio posto, ma accomodarsi al primo posto utile, nel secondo si deve provare ad essere il più discreti possibile. Durante la proiezione è richiesto il silenzio e vanno spenti i telefoni cellulari e, in più: è sconsigliato presentarsi con un cappello perché potrebbe disturbare chi siede dietro (ma uno se lo può togliere, no?). Anche perché, con questo freddo, e un fratello idiota che ti fa stare dieci minuti a contemplare la sua macchina nuova è proprio fondamentale avere qualcosa che tenga calde le orecchie (e le idee).

3 pensieri su “Al cinema

  1. dè ma anche te sei poco furba, vai al cinema nel pisese, è naturale che tu ti imbatta in qualche cafone, li producono in serie alla Piaggio da quando il Ciao è uscito di produzione!!!

  2. Devo ammettere che questa e’ geniale, anche se poco corretta😉 Diciamo che sono adorabili queste esperienze del terzo tipo, ed e’ difficile trovare materiale su cui scrivere fra Pisa, Firenze e la Versilia. Non concordi (ho visto la tua bella foto a Firenze.. Che invidia!).

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