A cena con il killer (parte 2)

Quello che ho raccontato ieri, era solo un preambolo di ciò che sto per svelarvi. Metto da parte le traumatiche avventure famigliari con vecchi conoscenti e parenti, per concentrarmi sul pranzo di ieri che io e Davide avevamo deciso di organizzare per alcuni amici in visita da Reggio Emilia e altri di Roma. Le due coppie già si conoscevano, si erano viste diverse volte e si erano frequentate (anche senza di noi) in numerose occasioni.

Ecco quello che è successo (e che ci siamo dovuti sorbire dopo quasi tre ore ai fornelli per cucinare lasagne vegetariane e carbonara, melanzane alla parmigiana, polpette, insalata e patate arrosto).

Gli ospiti arrivano. Gli ospiti si accomodano. Iniziamo a mangiare. Si parla del tempo (pioggia, freddo, improvviso sole) e di altre amenità inventate dall’uomo proprio per occasioni del genere. La conversazione va esattamente nel senso ideale. Nessuno potrebbe pretendere di più. Poi un ospite (che per comodità chiameremo l’ospite disturbatore) inizia a infastidire l’ospite reggiano maschio (mentre la fidanzata divora la carbonara come se non ne avesse mai mangiata una): gli dice che non basta essere vegetariani per essere brave persone (?), gli racconta di quando lui, da ragazzo, aveva sgozzato due vacche, si inviperisce e poi domanda, con tono a metà fra l’interessato e l’arrogante, la cosa che NESSUNO mai dovrebbe domandare a un altro. “Ma ti senti migliore di me?”.

Quello che è seguito a questa domanda, e che è stato un succedersi di rossori, sguardi incerti, sorrisini a mezza bocca, è stato il tracollo della cena. L’ospite reggiano, visibilmente intimidito e imbarazzato per la perdita di controllo dell’ospite disturbatore, si è chiuso in un inquietante silenzio. Davide e io abbiamo provato a recuperare (sta scherzando, abbiamo detto), ma l’ospite disturbatore era ormai incontrollabile: ha raccontato nei dettagli il suo incontro con le vacche da ammazzare. I muggiti, l’aria spaurita delle bestie, il suo desiderio adolescenziale di annusare il sangue.

Se vi state chiedendo cosa abbia portato l’ospite disturbatore (che, a torto, io e Davide fino a poche ore prima avevamo considerato una persona simpatica e gentile, molto tranquilla) a esplodere, non so cosa rispondervi. L’ospite reggiano non aveva in alcun modo tentato di incolpare gli altri per il loro regime alimentare, né aveva tentato di fare proselitismo vegetariano. Semplicemente aveva preferito (come sempre fa da quasi tre anni) evitare la carne a favore delle lasagne vegetariane, non introducendo nemmeno in modo trasversale il suo modo di mangiare. Questo, lo so, rende ancora più surreale e incomprensibile l’attacco dell’ospite disturbatore che, partendo da come l’ospite reggiano mangiava contento le sue lasagnette, è partito all’attacco.

Devo ammetterlo: è stato qualcosa di imbarazzante e di umiliante per tutti, solo l’ospite disturbatore (e forse la sua sbronza fidanzata) non si è reso conto della sua figuraccia. Una caduta di stile veramente notevole. A noi, ospitanti, non è restato che “provare a metterci una pezza” ma il risultato è stato quello dell’operaio che prova a riparare un tetto bucato con l’unico ausilio di carta da giornale e colla stick.

Quando tutti erano andati via (non mi dilungo sul successivo gelo, sul dolce neppure tagliato e sul caffè che nessuno ha voluto), a me e a Davide non è restato che esaminare la situazione alla ricerca di quel punto di non ritorno che ha portato quello che doveva essere un pranzo d’accoglienza per degli amici che venivano da fuori città, in una situazione imbarazzante al limite del grottesco (“Io l’ho ammazzato e m’è piaciuto” diceva l’ospite disturbatore, sgranando gli occhi, mentre l’altro rispondeva incassando la testa e affondando lo sguardo sconsolato nel piatto).
Il nostro comportamento è stato fin troppo gentile ed educato, ma forse (in barba al galateo e alla gentilezza) avremmo dovuto spingere l’ospite disturbatore al silenzio, o cambiare forzatamente discorso. Eppure non abbiamo fatto nulla di tutto ciò, e io per un attimo (un attimo soltanto) ho rimpianto di non avere ospiti a casa dei veri killer perché, come l’ospite disturbatore ha spiegato in un lungo monologo, “avevo un amico che faceva parte della banda della Magliana e quando lui si sedeva a tavola era il più educato di tutti. Niente gomiti sul tavolo, chiedeva scusa se ti passava un piatto davanti e, quando doveva bere il vino, si asciugava le labbra con il tovagliolo. Non parlava mai a sproposito, sapeva che il silenzio era la cosa migliore per non farsi dei nemici”.

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