La buona creanza nella chirurgia plastica


I Galatei Settecenteschi (e Ottocenteschi, e della prima metà del Novecento) non consideravano una cosa che, al giorno d’oggi, è più comune (molto più comune) del possedere una carrozza (o una semplice utilitaria, o un motorino, o una bicicletta senza un pezzo qualsiasi, dal sellino alla ruota posteriore, rubato). Non consideravano la chirurgia estetica.

Oggi, a pranzo, vado a mangiare in un bar a Monti. Ho un appuntamento di lavoro lì vicino per un’intervista (a un giovanissimo attore che presto andrà in prima serata su Rai Uno, e che si è rivelato molto più gentile e dongiovanni di quello che immaginavo, ma anche moolto più carino). Arrivo in anticipo e decido di mangiare un tramezzino. Ho fame, la dieta è stata dimenticata. Non commentate (grazie).

Entro in un bar, uno di quelli antichi, con le tendine di plastica che scendono tipo pioggia, separate le une dalle altre, che quando le tocchi pensi non è che mi sono ammalata?, le pareti gialle e un lunghissimo poster della Roma tutto scarabocchiato (firme di giocatori? appunti del cameriere?) sopra la cassa.

Guardo il bancone: affatto invitante, pizzette miserabili e panini sconsolati. Ho troppo poco tempo per andare a cercare un nuovo posto dove andare a mangiare e ormai sono dentro, non posso uscire (senza nemmeno prendere un caffè, come faccio quando entro in bar tragici dove non ho il coraggio di mangiare qualcosa che non sia confezionato). Sarebbe cafone, mi hanno visto tutti (?), il bar è deserto, una ragazza sorride sotto il poster della Roma. Sembra carina, capelli scuri e lunghi (sicuramente porta l’allungamento), occhi chiari e camiciola extra-larghe per nascondere la pancetta.
“Posso avere un tramezzino al cotto?” domando, senza indicare (sarebbe cattiva educazione), ma avendo prima salutato (è buona educazione farlo, come è facile immaginare).
“Aho, questo?” domanda la ragazza, che sembra la doppiatrice ufficiale di Sordi o ‘er Monnezza, afferrando con le mani un triangolino.
Annuisco, lei lo butta su un piattino (senza tovagliolo) e me lo porge. Prima di afferrare il mio pranzo, e andarlo a mangiare silenziosamente su un tavolino in piazza, la guardo meglio. Nella penombra del locale, con la luce che pigra filtra attraverso le tendine di plastica a pioggia, noto che è COMPLETAMENTE rifatta.
Naso, zigomi, labbra, fronte e occhi. Non c’è niente nel suo viso che mi paia naturale. Resto qualche secondo immobile, a fissare quell’opera mostruosa che è la sua faccia artificiale. Mi pare di vedere, sotto quintali di botox e le mani di diversi chirurghi estetici, qualcosa di famigliare e piacevole. Forse, sotto quel viso artefatto da velina burina di periferia, c’era qualcosa di originale e unico. Qualcosa che è stato irrimediabilmente distrutto.
Lei mi osserva. “Che voi da’ be’?” domanda.
Scuoto la testa, mi è passata la fame e la sete perché c’è qualcosa che il galateo moderno non ha (ancora?) preso in considerazione, e che è molto più importante e significativo di saper usare correttamente le posate a una cena di gala. Più importante perfino di come ci vestiamo e di come ci proponiamo al prossimo (se più o meno agghindati in gioielli e vestiti). Qualcosa non è classificabile come un colore sgargiante indossato a un funerale, né definibile come il contorno di una brutta figura, ma non si può ugualmente dimenticare. Ed è il labbro gonfio di Nina Moric, la pelle liscia di Sharon Stone, l’espressione immobile di Nicole Kidman, il naso perfetto di Eva Longoria.
Ma soprattutto l’espressione perfetta di mia nonna quando sorride che, a quasi novant’anni, ha una pelle di confini e di rughe, che racconta una vita. Non canotti né ceramica di plastica. In fondo, la buona creanza è anche questa. Accettarsi e non mascherarsi nel tempo e nel volto.

3 pensieri su “La buona creanza nella chirurgia plastica

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