Manifestazioni e bus

Il 119 è una gabbietta piccola e grigia che attraversa via Del Corso e arriva a Piazza di Spagna. Ci sono sei, forse sette posti. Sono rossi. Lo aspetto a Largo Argentina, ne arriva uno con l’insegna spenta. Il contucente fa segno di no agli anziani che si accalcano alle porte. “E’ quello dopo” grida, e poi va avanti.

Effettivamente, subito dopo c’è un altro 119. Saliamo su. Mi è accanto una donna di 60, forse 65 anni. Occhiali Ray Ban dorati, gonna al ginocchio sabbia, giacchina beige, scarpe nere qualche numero più piccole (con suola fucsia, una sorta di rivisitazione cafonal delle Laboutine), borsa chanel beige. Capelli biondi a caschetto, pelle tirata, labbra gonfie e inzuppate nel gloss.

Ci sediamo sull’autobus. Le vecchiette, quelle con i capelli beige cotonati che zoppicano un po’, si lamentano. La bionda con le labbra gonfie prende il cellulare in mano. Compone un numero. “Sto arrivando, cazzo, hai capito?” dice. La sua voce è arrogante e arrabbiata. Contrae le labbra in quella posa strana che è comune a tutte le donne che fanno il botox.
L’autobus parte. Fa cento metri, attraversa Largo Argentina e si ferma. L’autista spegne il motore, si alza, infila la giacca e scende. Abbiamo davanti un altro 119 (ma quanti ce ne sono?). “Scennete” dice l’autista, un ragazzotto alto con i capelli ricci. “Questo parte di nuovo a 31, l’altro a 19” spiega, gesticolando. Poi si accende una sigaretta, e si allontana.

Resto basita. Non so cosa fare. Mi sembra assurdo. Non capisco tanta maleducazione.
E poi sono solo le 12.06. Questo vuol dire che dovrò aspettare 13 minuti in piedi (dopo le lamentele, però, ci fanno entrare) davanti a un autobus che fatti 100 metri si è fermato (e che ho aspettato prima quasi venti minuti)?
La signora bionda protesta in romanesco, una ragazza mora si avvicina al conducente, cerca di capire cosa succede esattamente.

Non ve la farò lunga: c’è il cambio del personale, quei dieci minuti sono di buco. Resto lì, immobile, ad aspettare che l’autobus parta e poi, dopo 10 minuti di silenzio imbarazzante a guarcarci nelle palle degli occhi, il 119 parte davvero.
Fa meno di 500 metri e rallenta.
Siamo a Piazza Venezia. Il conducente si sporge. “Dove dovete andare?” chiede. Mi guarda, ma io sono altrove. Penso al ritardo, al fatto che mi scombinerà la giornata, e che sono già stanca.
“Allora?” mi incalza. Un uomo, dietro di me, dice “Via del Corso”. Io mi rianimo “Spagna, Spagna” dico e il conducente allora sbuffa. “Qui non si va da nessuna parte. C’è la manifestazione” commenta, e apre le porte. Una ragazza scende.
Il conducente riparte. “Come?” mi rianimo, e domando. L’autista batte contro il finestrino. “C’è la manifestazione, lo vedi?” domanda. “Non si va avanti” aggiunge. “Qui è tutto bloccato”.
Mi alzo in piedi. “Allora, scusi ma scendo” rispondo, sforzandomi di mantenere un contegno. Delle vecchiette dietro di me si alzano, il 119 si svuota. La manifestazione dei Cobas ha colpito.

Piazza Venezia è grigia e strana. Intorno all’altare alla Patria ci sono solo fischi, un tir addobbato a festa con striscioni bianchi e rossi, poliziotti in assetto anti sommossa, gridi e cori. Le manifestazioni non possono essere eleganti, il bon ton non deve riguardarle. Su questo siamo d’accordo. Ma un po’, solo un po’ di gentilezza i conducenti del 119 (per quanto stanchi, arrabbiati, delusi, incazzati, ecc.) potrebbero dimostrarla. Se non altro perché si sa, il cattivo umore si passa come la febbre. E funziona esattamente come la maleducazione..

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