Questioni di eleganza

Ho già scritto di come ci si dovrebbe vestire per non essere ridicoli (o semplicemente di cattivo gusto) e di come ci si dovrebbe (se proprio non se ne può fare a meno, e di questi tempi la cosa si sta facendo sempre più sinistramente complessa) avvicinare alla chirurgia plastica, eppure questi sono argomenti inesauribili e sempre attuali. Gli spunti si moltiplicano da soli.

Sempre più spesso l’apparire stona dall’essere. Un esempio? La signora al bar impellicciata che prende il caffè alle otto del mattino truccata come fosse sera e contemporaneamente strilla in romanesco nel cellulare. Il bambino vestito di tutto punto che prende a calci il cestino che un clochard ha messo davanti a sé per chiedere l’elemosina (visto ieri), mentre la madre non fa niente, non si scusa nemmeno, e continua a camminare con al guinzaglio un fox terrier.

Poi oggi, mentre facevo colazione al bar con un bel cappuccino, e un gruppo di inglesi chiassava in modi che mi risultano difficili da spiegare, ho letto su Io donna un articolo che mi è parso particolarmente interessante e in linea con quello che da mesi (spesso senza successo) sto cercando di sperimentare: l’educazione.

L’intervista, fatta da Maria Luisa Agnese, era ad Albertina Marzotto (moglie dell’imprenditore tessile Gaetano Marzotto) e partiva dal libro che lei ha appena pubblicato per Mondadori: L’abito fa il monaco?, una specie di dizionario dell’eleganza e dell’abbigliamento.
La cosa che mi ha colpito è stata una dichiarazione della Marzotto in risposta alla spinosa (?) domanda “Come si può definire lo charme contemporaneo?”. La Marzotto è stata chiara e sintetica. “E’ riuscire a vestirsi senza sforzo e senza sfarzo e sembrare come appena alzate anche se curatissime. E soprattutto ci vuole contegno. Qualità rarissima, oggi quanto mai negletta. Anche il tubino nero può essere privo di contegno, come invece ne può essere piena la minigonna inguinale. Non è necessario porsi come seminariste e suore laiche. Il contegno è la difficile arte di non esserci pur essendoci. Di essere memorabili senza che si ricordi alcun particolare”.

Ecco. Non mi pare che ci sia da dire altro.
E se quel contegno lo chiamassimo bon ton?

4 pensieri su “Questioni di eleganza

  1. Mia mamma mi ha insegnato che non è importante quello che indossi ma come lo indossi. A me uno “straccetto” qualsiasi sta sempre bene (non lo dico io, ovviamente, ma me ne accorgo dagli sguardi ammirati degli uomini e di quelli invidiosi delle donne😦 ), mentre ad altre un capo firmatissimo e costosissimo può non fare la figura che meriterebbe. E’ il caso di una mia amica che ogni volta che sfoggia un capo nuovo, a me sembra riesumato dall’angolo più recondito del guardaroba dove credo abbia stazionato per anni.

    Insomma, sono fortunata. In fondo non ho bisogno di fare spese folli per vestirmi.🙂

    1. Ed è proprio quello che diceva la Marzotto, e che io condivido pienamente: non importa che cosa hai addosso, ma come lo porti, come ti fa sentire (e quindi vedere dagli altri). E in alcuni casi, è giusto dirlo, il contegno è sinonimo di eleganza.

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