Lina Sotis e G Day

Lavorare troppo fa male. E così, in questi giorni, quando non sono in treno e incontro i tamarri di “Tamarreide”, faccio una pausa davanti alla tv, incriminata di distruggere le menti e le forze delle nuove generazioni. Forse non così a torto, comunque.

Ieri sera, mentre facevo una pausa, su G DAY (uno dei pochi programmi che mi piacciono) vedo che Geppi Cucciari intervista Lina Sotis. Mi fermo; in fondo, lei è un mito del bon ton made in Italy.

L’intervista non ha niente di speciale, ma la Sotis con la sua maglietta bianca, l’aria da svampita, la voce lenta e pacata, ha qualcosa che mi conquista (e lo fa ogni volta).
Mi piace il modo di interdere il bon ton che ha: non qualcosa di antico e circoscritto a un “piccolo recinto” di eletti (intesi qui, come belle pecorelle belanti e placide), ma come un modo per distaccarsi dal mondo e agire mettendo in evidenza, anche con un po’ di snobberia e perfidia, quello che proprio non funziona.

La perla dell’intervista? Le tre categorie di donne per la Sotis, donne-donnette-donnacce, che Geppi ribattezza così: “donne, donnine, donnacce”. Della serie, oltre le poco di buono non resta niente…
Che sia stato un semplice lapsus?

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