L’educazione in ufficio durante la pausa pranzo

Vivere in ufficio (come molti di noi sono costretti o sono stati costretti a fare) è un vero e proprio inferno. Le soluzioni non sono poi molte: licenziarsi o adattarsi. Il momento in cui l’educazione, o la cafonaggine, si manifestano nella loro migliore forma è la pausa pranzo. E così, da Londra, come racconta Enrico Franceschini oggi su Repubblica, arriva una notizia choc. Franceschini racconta: “la telefonata fatta, l’email inviata, l’informazione letta con la bocca piena, raramente sono accompagnate dalla concentrazione necessaria per fare bene il proprio lavoro. Rinunciare alla distrazione di due passi all’aperto e di un pranzetto fuori dall’ambiente di ufficio, può anzi risultare controproducente per il rendimento, quando finisce la “pausa lunch” e il lavoro ricomincia sul serio.
Sono le conclusioni a cui giunge un’indagine della società di consulenze CareerBuilder, pubblicata dal Wall Street Journal. Dai risultati emergono almeno quattro distinte categorie di “mangiatori in ufficio”, ciascuna con i propri caratteristici difetti. Il Puzzolente consuma cibi dall’odore pungente, che a non tutti possono andare bene: sandwich al tonno, sardine in scatola, formaggi anche troppo “maturi”, spandendo un effluvio che i colleghi trovano rivoltante. Il Rumoroso sgranocchia patatine, cioccolata, caramelle, carote o ogni altro cibo su cui mette i denti, creando una “colonna sonora” che infastidisce i vicini di scrivania. Lo Sporcaccione lascia in giro i resti delle sue libagioni, dagli avanzi ai contenitori, insozzando lo spazio proprio e altrui. Il Rompiscatole è invece il collega che vuole assaggiare il cibo che gli altri hanno sul tavolo, e finisce invariabilmente per rovesciare qualcosa su documenti o computer”.
La risposta? Arriva sempre attraverso Franceschini che spiega: “Da questi diffusi comportamenti è possibile ricavare una sorta di decalogo dell’etichetta per mangiare in ufficio: se uno deve proprio farlo, almeno coprire il computer con una copertina di plastica, non leccarsi le dita, non produrre rumori e odori sgradevoli, non sporcare, non invadere lo spazio del vicino, non continuare a lavorare (tanto non si combina granché). Ma il “comandamento” più importante, secondo gli esperti, è l’ultimo: se possibile, non pranzate in ufficio. “Restare incollati alla scrivania per l’intera giornata, anche durante la pausa pranzo, svuota di energie e riduce la produttività anziché aumentarla”, dice Tony Schwartz, consulente e autore di libri su come tenere concentrati i dipendenti. Concorda Alllison Hemming, direttrice di un’agenzia di collocamento: “Per anni ho sempre pranzato in ufficio, poi ho capito che è deleterio. Se vedo uno dei miei impiegati con un panino alla scrivania, lo esorto ad andare a mangiarlo fuori, su una panchina. Sarà un caso, ma da quando faccio così gli affari vanno meglio”.

Insomma, collega avvisato, pranzo (forse) educato.

Un pensiero su “L’educazione in ufficio durante la pausa pranzo

  1. E’ veramente deleterio pranzare nello stesso luogo in cui si lavora. A parte il fatto che si può sporcare, ma soprattutto si ha l’idea di non staccare mai. Io, ad esempio, qualche anno devo fare lezione anche il venerdì pomeriggio ma non rimango in aula a mangiarmi lo jogurt sulla cattedra. Comunque, non avendo uno spazio apposito, alla fine siamo tutti in sala insegnanti e mangiamo tra borse di libri abbandonate sui tavoli, pacchi di compiti e raccoglitori delle circolari. Deprimente! Alla fine, mangio di corsa e vado a farmi un giro. Quando non mi rifugio in un’auletta di cui solo io possiedo la chiave … ma finisce che mi metto a correggere compiti e quindi non mi rilasso nemmeno un po’.

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