All’Antico Caffè Greco e in altri bar di fama perduta

L’educazione è come il tempo: varia a seconda delle stagioni, e dei luoghi. Ogni bar, cinema, casa, parco giochi e libreria, così come ogni parrucchiere, teatro, discoteca, ospedale, ottico, macelleria, supermercato e così via, ha le sue regole di comportamento. Le variazioni sono minime, ma fondamentali. E così capita che le buone norme di comportamento da tenere in un bar moderno, non siano le stesse da tenere in un bar decadente. Un bar che un tempo aveva avuto fama e lustro (“Se non vai in quel bar non sei nessuno!” o “Se non hai mai bevuto il caffè e mangiato il croissant lì, non hai mai fatto colazione in vita tua”) e che con il tempo ha perso tutto lo smalto, per continuare a sopravvivere soltanto grazie alle vecchie glorie. Niente di più. Niente di meno.

Ogni città ha un bar decadente. E lo sanno bene i romani, che ne hanno un esempio di fama internazionale: L’Antico Caffè Greco. In Via Condotti, al numero 86. Nel cuore di Roma. Un bar lungo, lunghissimo, e stretto. Strettissimo. Camerieri giovani ed eleganti. Divanetti rossi a muro, scomodi e vecchiotti. Tavolini in marmo, con piedi di ferro battuto. Intorno quadri, tanti quadri, quadri a perdita. Ritratti di uomini celebri, paesaggi paludosi, volti di ragazze tristi con sguardi annacquati. E’ questo il Caffè Greco, con i suoi dolci spugnosi e i suoi cappuccini amari, i suoi bicchieri di vetro alti e smerigliati, il suo servizio lento e affaticato, anche un po’ snob, che tratta con sufficienza i turisti che poi sono l’unico modo per sopravvivere alla crisi perché nessun italiano (o quasi) è disposto a spendere 6 euro per un caffè, 9 per un bicchiere di coca cola, 8 per un cappuccino, 10 per una cioccolata con panna, 13 per un mortificante aperitivo. I turisti che con le loro voci sguaiate, la loro aria un po’ imbarazzata e un po’ eccitata, ordinano poco e si guardano intorno incerti: che bello! che fasto! che splendore! Peccato che l’Italia, la nostra Italia, non sia più ormai questa.

Quando arrivo nel bar, ieri pomeriggio, mi aspettano dentro due amiche. Fa caldo. Si muore dal caldo. Entro dentro. Dico “Buona sera” e nessuno mi risponde. Sono tutti troppo indaffarati. I clienti a ordinare e contemplare, i camerieri a ignorare i clienti. Vado in fondo alla sala, intravedo le mie due amiche. Mi siedo con loro. “Allora, avete ordinato?” chiedo, e loro mi spiegano che no, sono qui da venti minuti ma nessuno si è palesato. Iniziamo a chiacchierare, e non si avvicina nessun cameriere. I camerieri, vestiti in giacca e cravatta, sono troppo impegnati a fare avanti e indietro per la sala. Macinano il corridoio con le loro scarpe di pelle lucida, ma non si fermano a nessun tavolino. Dopo altri venti minuti ne fermo uno. Ha i capelli neri e gli occhi verdi, non sorride. Sembra nervoso. Ordiniamo. Il bar è mezzo deserto (e scoprirò dopo, leggendo sul mio scontrino, che dall’inizio della giornata ha fatto 96 scontrini: non molti per una vecchia gloria della Roma di un tempo), ma i camerieri si muovono come se fosse pieno. Camminano, vanno, vengono, dominano la sala nemmeno fosse la savana. Dopo quindici minuti di orologio la nostra comanda arriva. Il cameriere annoiato la mette sul nostro tavolino, la guarda, infila maleducatamente lo scontrino sul tavolo sotto il bicchiere di coca cola della nostra amica. Noi continuano a chiacchierare, intorno ci sono persone che vanno e vengono ancora. Turisti, qualche romano, qualche straniero che ormai vive a Roma (e questi li riconosci dalla flemma con cui si muovono, tra un tavolino e l’altro, salutando adesso un cameriere adesso un cliente dall’aria annoiata e stanca proprio come loro). “Almeno avrebbero potuto portarci la zuccheriera, invece delle bustine scadenti che mi danno anche al bar sotto casa!” esclama Simona, che in fatto si parsimonia è la più attenta. Ma Simona ha ragione, per sei euro mi aspettavo più di una tazzina di porcellana sbeccata e un paio di bustine di zucchero. Consumiamo in silenzio. Una donna passa accanto a noi con l’ipad acceso: sta filmando tutto. I camerieri la guardano, ma sembrano troppo pigri per riprenderla e così lei cammina, va, riprende gli attimi fuggenti e ripetitivi di questo bar ormai andato.

Quando esco fuori, in una Via Condotti ben illuminata grazie alla Mercedes (in tempi di crisi anche l’illuminazione ha un brand), penso che forse aveva ragione Joyce. “L’Italia è un bambino che sopravvive facendo vedere il feretro della nonnina ai turisti”. Ma non è questo, adesso, quello di cui voglio parlare.

Perché voglio parlare del GALATEO ARTEFATTO PER POSTI DECADENTI:
1. Darsi sempre un tono da “lei non sa chi sono io”. In fondo, sicuramente non lo sanno, chi siamo noi.
2. Dimenticarsi del Galateo ed essere il più arroganti, presuntuosi, snob possibili.
3. Lamentarsi per tutto: il caffè è sicuramente bruciato, il cappuccino troppo freddo o troppo caldo, la cioccolata troppo amara, la panna troppo grassa.
4. Ovviamente mantenere sempre la voce bassa, infilare qui e là qualche parola di francese o, meglio, di giapponese o cinese e fingersi impegnatissimi a utilizzare aggeggi informatici di cui è incomprensibile il nome e la funzione.
5. Ricordarsi, appena fuori dal posto decadente, di tornare in “modalità educata”. I bar decadenti sono dei buchi temporali in cui l’educazione è molto opinabile, ma sono appunto buchi: fuori il mondo scorre come ogni giorno.

2 pensieri su “All’Antico Caffè Greco e in altri bar di fama perduta

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